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SEGNI, FUNGHI,ANALISI& FOTO TRAPPOLE

Carlo Battaglia
Elisa Garrafa
Alice Paltrinieri
Claudia Peill

Sabato 7 maggio dalle ore 11:00 alle ore 19:00, negli spazi di CollAge, inauguravamo la mostra SEGNI, FUNGHI, ANALISI & FOTO TRAPPOLE.

La seconda collaborazione tra Matteo Boetti e Roberto Lambarelli, rispettivamente curatore e autore del testo critico, sembra essere questa volta all’insegna del confronto generazionale, quasi un marchio di fabbrica dell’attività CollAge.

Il maestro Carlo Battaglia, esponente di spicco della corrente della pittura analitica, qui in mostra con opere diverse per epoca e tecnica, è messo in relazione con i lavori di tre artiste altrettanto diverse ed eterogenee per formazione, poetica e cifra stilistica.

Elisa Garrafa, Alice Paltrinieri e Claudia Peill sono chiamate a dialogare visivamente con l’artista scomparso nel 2005 al fine di evidenziarne sintonie e divergenze, diversità e comuni denominatori. Per tutti e quattro gli autori emerge una predisposizione all’approccio analitico, un atteggiamento insieme ludico e rigoroso.

Il catalogodella mostra

Il paginone centrale

Le operedella mostra

Alla sorpresae al desiderio

Mi piace parlare di arte con Roberto Lambarelli, salta sempre fuori qualche idea interessante.

Ci conosciamo dalla seconda metà degli anni ‘70, io neanche adolescente e lui giovanissimo critico d’arte. Lo ricordo bene in visita al gigantesco studio di mio padre nei vicoli allora malfamati di Trastevere, tra cactus alti tre metri  e tavoli da ping pong ricoperti di carte da finire, mazzi di penne biro e vasetti di colori a china. Era così grande che ci andavo in bici. A parte una stanza piastrellata i pavimenti erano in terra battuta.

Mesi fa dicevo a Roberto – artefice con me di questa mostra – del mio desiderio di far esporre insieme tre artiste talentuose con cui lavoro da anni: Claudia Peill, Alice Paltrinieri e Elisa Garrafa. Con Claudia facciamo mostre dal 1993, con Alice ed Elisa dal 2016 e 2018.

Ragionando con Lambarelli abbiamo realizzato che il comune denominatore di queste tre donne dominanti era l’approccio maniacale-compulsivo, un atteggiamento ossessivo rispetto ad un singolo oggetto di interesse. A quel punto il passo successivo e filologicamente più naturale è stata la scelta di Carlo Battaglia come padre putativo del trio, compulsivo come loro e diamante della corrente della cosiddetta pittura analitica.

Le tre artiste in mostra sono radicalmente intrise dalle proprie rispettive poetiche ed evidentemente eterogenee per formazione e cifra stilistica.

Il dialogo visivo con l’artista scomparso nel 2005 ne evidenzia sintonie e divergenze. Per la Peill il lavoro “deve essere materico ed erotico”. Il suo è un processo di estrapolazione del soggetto e reinserimento in un contesto senza connotati definiti. L’architettura del suo procedere è però chiara ad ogni occhio allenato: i suoi dittici sono composti da una metà di sapore istintivo, emozionale e pittorico. L’altra metà è il suo corrispettivo verosimile seppur “spostato”, di fotografia apparentemente oggettiva ma di fatto un falso simulacro. Questa metà fotografica dei dittici in mostra rappresenta dei tombini di Roma e non solo. “I tombini non li vede nessuno, ci si cammina sopra” dice la Peill. Chissà se conosce il lavoro di Gunter Demnig intitolato pietre d’inciampo, delle targhe a rilievo delle dimensioni di un sampietrino, dedicate alle vittime dell’olocausto.

A Claudia piacciono molto i disegni in rilievo dei tombini, quei pattern stilizzati e potenzialmente memorizzabili, anche se stranamente non li ricordiamo mai. “Mi colpiscono quei disegni aggressivi. Il metallo è poetico. Sono forme armoniche e accattivanti. A me piace cambiare i confini, trasformare il vissuto, il banale in estetica.” La Peill indaga su quelle che lei chiama “forme cattive che sappiano emergere”.

Alice Paltrinieri è invece un’altra storia, lavora su ciò che definisce “monitoraggio del fallimento”. La sua è una spasmodica tendenza allo stalkeraggio, un desiderio irrisolto e mai appagato che si infrange sull’ineluttabile mancanza di controllo.

Alice mette in connessione luoghi geograficamente lontani. Visualizza e materializza fenomeni di sovrapposizione spazio-temporali. Lavora sulla casualità e insieme l’oggettività degli eventi che sta monitorando. Per circa un mese ogni mio spostamento dalla scrivania alla cucina è stato registrato da un rilevatore di movimenti collegato ad una macchina del fumo nel suo studio romano, a circa 150 km da casa mia. Le foto dell’attivazione di questo congegno da set cinematografico sono di fatto il diario della mia vita domestica a Todi, traslata via wi-fi in un altrove da serial stalker.

Un poetico scarto nel tempo e nello spazio. Alla Paltrinieri interessano risultati imponderabili che creano narrazione.

Elisa Garrafa visualizza e materializza un altro tipo di ossessione. Visitare il suo studio è come ritrovarsi per magia nell’antro del dottor Stranamore di Stanley Kubrick. Elisa è un bizzarro folletto, nervosa e sorprendente, un po’ elfo un po’ piccolo chimico, molto Peter Sellers di cui sopra. Elisa studia seriamente i processi di clonazione, indaga scientificamente sulla resistenza della materia alla luce. Mi ha colpito questo suo statement: “voglio scrivere di luce”. La Garrafa si interessa alla morte delle stelle, così come decide di dare la morte ai miceli di fungo quando considera che le spore siano cresciute a sufficienza. Le trasferisce dai vetrini da laboratorio alla carta fotosensibile e ne ammira la combustione. Elisa è una dolcissima serial killer.

La mia galleria è cosparsa di cadaveri di funghi neonati. Creano micro disegni casuali e insieme causali, naturali eppur predeterminati dallo spirito omicida dell’artista. “E’ la vita inoculata da sé stessa” mi diceva. Elisa attua ciò che chiama “processi di purificazione” come una novella epigone del dottor Mengele, ma non mi risulta che abbia simpatie naziste. Reitera la ripetizione del sé, il ritorno alla radice, la chimerica illusione e la tensione alla sua terra promessa, che poi vanifica e brutalizza riducendola a spore carbonizzate. Tutti e quattro gli artisti in mostra vivono o sono vissuti di ricerca ed epifanie, affidandosi alla volontà ma anche all’abbandono della casualità, alle manie di controllo e all’anarchia, alla sorpresa e al desiderio.

Matteo Boetti