CARCIOFI,VERZE,ROSE e BUCCHERO ETRUSCO
Giacinto Cerone
Marino Ficola
Sabato 27 aprile dalle ore 12 alle 18 si inaugurava a Todi – via del duomo 12-14-15-16-17-18 la doppia personale di Giacinto Cerone e Marino Ficola.
L’occasione, triste ma doverosa, è il ventennale della scomparsa di Giacinto.
Ho voluto accostare questi due artisti formalmente distanti perché in realtà le loro distinte poetiche conducono allo stesso punto nodale: il dramma, del vivere e del morire, il dramma della creatività che rende vulnerabili, ipersensibili, ultra-consapevoli, euforici e disperati.
In mostra ceramiche, porcellane, gessi, plastiche fuse, opere in legno, disegni su carta.
CARCIOFI,VERZE,ROSE e BUCCHERO ETRUSCO
Nel 2002 andavano le foto plotter painting, l’ink jet painting , le installazioni, c’era la grande crescita del digitale, delle nuove tecnologie.
Quando dissi al mio entourage della mia scelta di fare una personale a Giacinto Cerone mi presero per pazzo, era quanto di meno trendy si potesse immaginare in quel momento storico. Si sono tutti ricreduti cospargendosi il capo di cenere. Cerone è senza tempo, come Picasso, Balla, Mondrian, Morandi, Richter, Nauman, Boetti, Rotko, Basquiat, Judd.
In occasione del ventennale della sua prematura scomparsa ho voluto omaggiare il vero amico Giacinto con una doppia personale assieme al mio nuovo amico Marino Ficola.
Ho voluto accostare questi due artisti formalmente distanti perché in realtà le loro distinte poetiche conducono allo stesso punto nodale: il dramma, del vivere e del morire, il dramma della creatività che rende vulnerabili, ipersensibili, ultra-consapevoli, euforici e disperati. Manifestano lo stesso approccio al lavoro, la stessa lancinante poesia della materia. Cerone e Ficola sono artisti dilaniati, dagli slanci vitali e mortiferi assieme.
Entrambi sono/erano anarchici, fuori controllo, non catalogabili. Ma entrambi risultano posseduti da slanci poetici, insieme carnali e ascetici, di altissimo livello. Abbiamo a che fare con due autori che si sono nutriti di storia dell’arte, di vanità, di mitologia greca e romana, di poesia romantica tedesca, di Arte Povera, minimalismo U.S.A, da Canova a Richard Long, da Manzoni a Kiefer.
Entrambi mimetizzano i loro istinti punk con la bellezza e viceversa i propri afflati estetici con la brutalità della materia.
Colonne di creta colpite da tubi d’acciaio per impalcature, magma di gesso plasmato come un’opera informale ma senza esserlo, disegni a carboncino barocchi, sovraccarichi ma comunque zen, asciutti ed eloquenti, anelli di terracotta e fil di ferro che rimandano a Uncini, al medioevo, a Fontana, agli orci e damigiane del passato, da riparare per non buttarle.
Di questi due maestri non si può infatti buttar via niente.
Mascherano la loro fragilità con la brutalità del gesto, con l’irruenza della materia traboccante.
Dissimulano la sicurezza del loro agire con la delicatezza virginale del dettaglio, del linguaggio minimale che emana però sempre empatia, memoria, bellezza.
Sbruffoni, impresentabili, drammaticamente romantici e irrimediabilmente eretici.
Dispensano gocce di poesia con noncuranza.
Viva l’arte.
Matte Boetti
Di lui ha scritto Roberto Gramiccia:
Se Giacinto fosse stato più prudente non sarebbe stato lui. Non ci avrebbe lasciato quello che ci ha lasciato. Cerone è stato uno dei pochi artisti amato dagli artisti. Le gallerie: Oddi Baglioni, Bonomo, Sargentini, Boetti. (…) Fino alla fine, senza riprendere fiato, veloce e spregiudicato come Tazio Nuvolari. Avido di tutto: di quello che fa bene e del resto. Di disordine e caos, ma anche di disciplina e rigore. Giacinto non è stato soltanto uno splendido scultore, è stato un poeta. Ci fu un tempo che pensai di raccogliere queste frasi spezzate, questi inconsapevoli luccicanti epigrammi. Ma stare appresso a Cerone era impresa non facile. Pochi ci riuscivano. La sua libertà, non negoziabile, era quella di un felino. Una volta lo paragonai a un “gatto asimmetrico” per la postura e l’andatura. Per la sua scultura spericolata, irragionevole, neobarocca. Per l’aspirazione al troppo. Per la preferenza del centrifugo sul centripeto. Per la capacità di dar vita a vortici e gorghi. Per l’amore per la corteccia. L’epidermide, più che per il midollo delle cose: per quello che appare (della serie l’abito fa il monaco).

